Non vi spaventate se questa band e questo album non li conoscete.
È il primo album di una band (temporanea come dice il nome stesso : t.b. sta per temporary band) formata da tre miei cari amici che mi sono sentito in dovere di recensire (anche dopo le velate pressioni per un commento da parte di uno di loro
).
Canzoni in Bottiglia nasce … dunque … vediamo … 30 anni fa!
Si, avete capito bene : 30 anni. Quasi tutte le canzoni sono state composte tra il 1977 e il 1980 (tranne Noi e Un altro miglio scritte nel 2005) e come poeticamente descritto nel sottotitolo dell’album stesso, sono state affidate ai mari del tempo in una bottiglia e solo da poco sono state ripescate, ripulite, imbellettate e presentate al grande pubblico. Da qui il titolo.
Come commentare canzoni che provengono dagli archivi della memoria ? Beh, innanzittutto, come il realizzarsi del più classico dei sogni nel cassetto. E poi come l’affermare la potenza di testi che a distanza di tempo hanno ancora molto da dire e che possono suonare di stupefacente attualità.
Questo è uno di quegli album che viaggia sulla scia cantautorale dei grandi protesters degli anni ‘70, Guccini in particolare, ma che si rifà anche alla grande tradizione del cantautorato genovese (De Andrè, Tenco, Paoli, Fossati, e chi più ne ha più ne metta). Per cui una recensione che si possa ritenere degna di tale nome, deve per forza di cose scandagliare il primo punto di forza di tali tradizioni musicali : i testi.
Intanto, diciamo che tutti i testi (e le musiche) sono stati scritti da Bruno Vitali, Walter Romagnoli e Sandro Secchi, i tre componenti della band, (ma Secchi risulta accreditato solo per Noi, dolcissima canzone dedicata alla moglie e al loro “bellissimo figlio down” come recita la dedica nell’interno del libretto).
I testi di Vitali sono particolarmente critici verso la nostra società (Dell’America, Isole Lontane, Il Lungo Treno Lento, Inverno) e si sente la passione per un mondo che così com’è non è affatto soddisfacente e si vorrebbe potesse essere migliore.
Un miglioramento però che passa prima di tutto attraverso di noi, anche nelle piccole cose.
E nei sogni.
Più interiormente dibattute sono le canzoni di Romagnoli, spesso legate ad un’età giovanile piena di turbamenti d’amore (Lei-Sud) e di asfissia verso obblighi di cui non si condivide il senso (Lettera da una caserma), ma anche di dolente lamento verso un’esistenza provinciale e asfittica, che tarpa i grandi sogni e i grandi ideali (Storie, Venezia e).
Di Noi si è già detto, rimangono Il sole per gli sciocchi e Un altro miglio (quest’ultima, come detto, è recente), canzoni dedicate alla speranza di una vita che “Vale la pena” vivere qui e per la quale “abbiamo fra le mani, abbiamo in fondo agli occhi, il sole di domani, la cura per gli sciocchi“.
Testi poetici, mai banali, ispirati da un’età che non c’è più (i vent’anni), ma che certamente sono ancora (e purtroppo) tanto attuali.
Esaurito questo passaggio fondamentale, bisogna per forza di cose parlare della musica che accompagna (e lo dico senza retorica) questi poemi.
La musica è sorprendentemente fresca. E lo sottolineo perchè uno si aspetterebbe una certa “polvere” sopra le note, un segno del tempo che è passato.
Non che questo non si avverta comunque : d’altronde, per loro stessa ammissione, sappiamo in che epoca quasi tutte le canzoni sono state scritte. Ma l’operazione di riarrangiamento, di pulizia, di aggiornamento dei canoni melodici per portare il tutto ad un suono più aduso alle abitudini musicali del nostro tempo, mi sembra ben riuscita.
Per fare un esempio, l’intro e la melodia trainante di Venezia e, molto rockeggiante e a suo modo “heavy”, lasciano basiti. Ma in tutto l’album si sentono echi di ritmi esotici, schitarramenti furiosi, accompagnamenti orchestrali sontuosi e spesso, in ogni caso, una leggerezza e una varietà che è assolutamente piacevole.
Grande merito quindi a Secchi (e Polizzi) che, grazie ad un lungo e sapiente lavoro di manipolazione, ha(nno) ridato lustro a canzoni che altrimenti avrebbero avuto poco da dire se non agli amanti della musica di genere.
E tutto questo lo potete sentire grazie all’inserimento (come bonus track) dell’incisione originale di Dell’America fatta nel 1980: la differenza fra la prima traccia e l’ultima è notevole e bene dimostra il grande lavoro svolto.
Prima di concludere, una considerazione : mi rendo conto di non aver scritto neanche una pur minima critica all’album. Perchè non ce ne sono ?
Beh, in effetti non è che abbia trovato particolari pecche, però se proprio devo dirla tutta , una pecca c’è :
le armonie vocali e l’uso che i nostri tre autori/cantanti ne fanno.
Mi spiego meglio : spesso sia Romagnoli che Vitali, pur avendo una voce potenzialmente bella, si appiattiscono su un modo di cantare che sembra più parlato che cantato.
Alcune canzoni poi, denunciano i limiti del loro range vocale, specialmente sugli acuti.
Questo maggiormente si evidenzia quando alcuni cantanti di professione (ci sono numerose persone che hanno collaborato al completamento del disco), cantano parti di canzoni o canzoni intere (come Matteo Merli ne Il Sole per gli Sciocchi): la differenza fra il cantare amatoriale e quello professionale stride parecchio.
Ma non si può pretendere la perfezione e comunque, devo dire, che dopo diversi ascolti questo è un particolare che passa in secondo piano.
In conclusione : un bell’album d’esordio (ma non ho idea se la band avrà un seguito. Come quasi tutte le produzioni indipendenti solo se avrà un margine di “guadagno” potrà sperare di continuare l’avventura. Poi, mi auguro per loro che non sia così
), un album che pulsa dei sogni e delle speranze di una generazione che non è la nostra ma che, volenti o nolenti, ci ha influenzato tanto e come tale merita rispetto e ascolto.
Se foste interessati all’acquisto (il cd è a prezzo speciale) lo trovate nel negozio storico di Gianni Tassio in via del Campo oppure nel negozio di dischi di via Cairoli (di cui al momento non ricordo il nome). Mi spiace, ma fuori Genova, per ora, non credo sia disponibile.